16 Ottobre 2011

Dietro ad un grande uomo ce ne è sempre un altro con il cazzo in tiro.

Apro "Il Mattino", come ogni sabato mattina, cronaca, politica, sport. Spettacolo. Mi tuffo alla ricerca di un titolo che mi sconvolga. Scorro il dito tra le programmazioni cinematografiche e mi soffermo su "A dangerous method". Sono anni che non metto piede in un cinema, non mi hanno mai appassionata. Costretta alla compostezza. Al silenzio. Le gambe che dopo un'ora di assoluta immobilità chiedono qualche attimo di venia. La gente che mastica pop corn e succhia Coca Cola fino all'ultima particella di sodio. Paghiamo alla cassa. Mostriamo il biglietto e saliamo le scale. Sala 9, fila G, posto 8. Pubblicità snervante, non l'avevo rimossa dai miei frammenti di memoria, Brio Blu mi piaci tu. Quella della Polo è abbastanza carina. Trailer. Nove persone in sala, nella nostra fila solo una zitella che, attendendo l'inizio del film, legge un libro. Al buio. Il film inizia tra le convulsioni di una giovane donna presa in cura, poi, da un giovane Jung. Insomma, attraverso la storia della donna viene raccontato il rapporto tra Freud e Jung. E l'origine della psicoanalisi. Ogni tanto qualche scena di sesso, il rumore di una frusta. Un rapporto malato. Ma in quanto ad hard, il video di Belen vince su tutti. Soprattutto per la straordinaria incapacità di quell'uomo con un pene non particolarmente "wow" di inquadrare l'ano della donzella regalandoci invece favolosi primi piani dei suoi brufoli, della sua barba, e dei residui dell'acne. Sì, ho visto tutti i 22 minuti. I miei, prima di andare a letto, passano per la mia camera. Grande novità. Ma no, non è per salutare la figlia. Il gatto. Due giorni fa mia madre ha esclamato: "Si vede che non sei per nulla attaccata alla vita"; un giorno dopo, scoprendo le mie nuove cicatrici si è stupita di ciò. Siamo giunti al patto che d'ora in avanti indosserò i pantaloni in casa. Posso squartarmi, tagliarmi fino al midollo emopoietico. L'importante è che io non li renda partecipi della cosa. Questa sì che è libertà. Freedom. A dire il vero la cosa oramai è sporadica, rispetto ad un tempo. Quello di ogni sera passata nel bagno a pulire le macchie di sangue da terra, cercando al tempo stesso di evitarne il continuo sgorgare dalla mia carne, aperta. Le mie lamette, che non sono state il simbolo del mio masochismo, ma che in fondo, erano efficaci, sono passate a miglior vita. Troppe volte hanno inciso la mia pelle, per poi essere riposte dentro la loro confezione, trasparente, dapprima, di carta, poi. Reliquie. Mi ero ripromessa di non cercarne di nuove. Ma poi, frugando tra i cassetti ne ho trovata una nuova confezione che poi ho scoperto essere una confezione di lamette da callo. Una domenica presi l'auto e andai al negozio di articoli per la casa e da ferramenta vicino a casa. Presi un cutter e dello scotch di carta, per far passare il primo acquisto in buona parte inosservato. I cutter non tagliano, come si è soliti credere. In una camera d'albergo ebbi tra le mani il mio primo bisturi. Lo posai e senza troppa forza lo feci scorrere sulla mia gamba. Riprovai, esercitando più pressione. Una nuova ferita si aprì. Piano piano il sangue si insidiò tra il solco, per poi esondare. Mi avvolsi la coscia con una canottiera nera, per non macchiare le lenzuola. Mi addormentai. La mattina tra le lenzuola spiccavano delle macchie porporee. Ma no, non è accaduto niente. Ho le ginocchia mestruate.

 
12 Ottobre 2011

Perfino il tuo dolore potrà guarire poi.

Mettersi a fare gare clandestine ai semafori del centro con i tamarri. Mi si addice. Parcheggiare in posti improbabili pur di non pagare il ticket. Pure. Guardare con aria di sfida chi si affianca a me al semaforo. Mi piace. Voglio vederti danzare come le zingare del deserto con candelabri in testa o come le balinesi nei giorni di festa. Devo comprarmi dei rullini da 200ISO e rimettere in sesto il televisore in camera. L'ultima volta che lo accesi le immagini tendevano al rosa, qualche settimana prima al giallo. Ho perso la pazienza. L'ho spento. Stirando una camicia mi sei venuta in mente. Mi è venuto in mente il giorno del tuo fumerale. 2005. L'ho saputo un sabato, all'uscita da scuola, che tu non c'eri più. Quel giorno mi portarono da una signora mentre loro raggiungevano l'obitorio per poi portarti in chiesa. La signora mi doveva accompagnare in chiesa non appena tu fossi arrivata dentro quella bara, marrone intenso. Ero seduta su una sedia. Vecchia. La televisione era spenta. L'orologio scandiva il tempo. Nevrotico. La signora stirava camicie. Ne doveva stirare quattro. Il funerale iniziava alle 10. Ma io alle nove e mezza guardavo il vapore del ferro posarsi sulla terza camicia. Le dieci. Ero ancora seduta su quella sedia. Poi ci avviammo verso la chiesa e tutti erano già là. Mi trattava come se io non potessi capire. Mi stringeva come se avessi bisogno di un conforto. Ma lei, chi era? Ci sedemmo su una panca nel lato sinistro. Ero lontana dalla mia famiglia, lontana dalla tua culla di legno, coperta di fiori. Piangevo, perchè eri la persona più importante per me. Perchè non ci sarebbe stato un altro sabato pomeriggio ad aspettare di vedere la tua auto in lontananza, a cavalcioni sul cancello. Perchè non ci sarebbe stato nessun viaggio, da sole, io e te. Perchè non mi avresti insegnato ad usare quella matita e quel mascara che mi avevi detto di comprare, mercoledì, in ospedale. Sapevo non ti avrei più rivista. E quel pomeriggio, guardando il cielo, cercai di convincermi che tu saresti stata lì. Una nuvola. Ci provai, ma di te non mi rimase che un ricordo. Nessuna speranza. Non riuscivo a saperti vicina. Nemmeno con l'immaginazione. E' questo il dramma di chi non crede in un paradiso. O in qualcosa del genere. Un distacco netto. Tra la vita e la morte. La consapevolezza che chi se ne va, lo fa per sempre. L'annientamento di ogni speranza. La morte vista come l'annullamento del tutto. Non so nemmeno perchè io mi stia rivolgendo a te in questo momento. Tanto tu non esisti. Cerco di colmare il vuoto che hai lasciato, allontanando il tuo ricordo. Ma la verità è che da quel giorno non ho mai smesso di truccarmi, non ho mai smesso di amarti, di imitare la persona fantastica che eri. Zia. Non avrei bisogno d'altro, se ci fossi ancora tu.

 
10 Ottobre 2011

Dagli autori di Paranormal activity e Saw.

"Il silenzio significava assenza e l'assenza significava ricordi, e così facevo chiasso". Come la gente comune ho preso l'auto alle nove si sera e sono andata al centro commerciale. Sotto la giacca, la maglia di Che Guevara misura superextraiperlarge che uso come pigiama, messa dentro ai jeans, per non farla sbucare in maniera altamente patetica dalla giacca chiusa, i jeans chiari, con l'orlo selfmeid e un buco tra le cosce [e grazie al cielo esiste Google ad evitarmi catastrofici scivoloni grammaticali] causa sfregamento lardo. Fa caldo. Ma non posso dichiarare il mio fanatismo pre-adolescenziale per l'uomo con il baffo e la stellina sul berretto. Mi aggiro tra gli scaffali. Psicologia. Occhei. L'anoressia, l'ansia, l'autismo, il sesso, conduttori che s'improvvisano psicologi (la burla della burla) e la pantomina del Dottor S, "L'interpretazione dei sogni". New Age. Sarà mica una marca di profilattici?. Horror. Buh! Romanzi. Endovena. E vada per i romanzi. Inizia la selezione del libro. Non sono il sorcio da biblioteca (con tutto il rispetto per i topi, animaletti adorabili) che si legge tutta la papparedella di presentazione. Regola fondamentale: deve costare poco, in quanto finirà a marcire su uno scaffale (Perchè non vai in biblioteca? Evito la gente.); deve essere abbastanza voluminoso, o finirò per sprecare quei pochi soldi in un'ora; deve avere un'immagine carina e un titolo drammatico. Possibilmente con vaghi riferimenti a sangue, follia e morte. Ma soprattutto deve avere un'unica copertina. Odio il copri copertina della copertina. Finisco puntualmente per sfrattarlo. Perderlo. Pulirmici il culo. Poi il libro deve essere malleabile. Discrimino le copertine rigide. Lo voglio maltrattare. Guardarlo e dire: "Questo è un libro vissuto". Stefan Merrill Block, Io non ricordo. Ho scelto questo, ma solo perchè in copertina compaiono le parole: sarcasmo nei confronti del mondo/panico nei confronti di ogni sorta di contatto umano. Corro per le scale mobili entro da Trony. Uou. Reparto macchine fotografiche. Son stata incaricata di comprarne una da regalare a mia madre. Il commesso mi sorride: "Dimmi pure". "Vorrei una compatta che costi meno di 100 euro comprendendo anche la memory, che sia semplice da usare, anche se son tutte delle grandi cazzate, ma è per mia madre, quindi comprendimi, e che fotografi in maniera decente". Presa la macchinetta fotografica rosa sbarluccicoso. Mi fa cagare. Ma tanto non è per me. Corro al parcheggio, mi sbottono i pantaloni che mi corrodono i fianchi e prima di salire in auto mi rollo l'ennesima sigaretta. Cerco di girare la chiave e mi accorgo che la chiave è ancora fuori, attaccata alla porta. E poi io odio quelli con il macchinone super ammortizato che hanno il coraggio di frenare prima di un dosso anche se la loro velocità non supera i 30km/h. Dovrei mettere sotto carica il telefono. S'è spento. Ma il carica batterie è in cucina. E il mio sedere poggia su un comodissimo cuscino leopardato. E il mio ragazzo mi ha già chiamato per la buonanotte. E quindi non ha più senso avere un telefono. Lo lascio spento.

 
08 Ottobre 2011

Quello di cui ho bisogno è di fare una cazzata così grande da non riuscire a salvarmi [Chuck Palahniuk].

Finalmente ho creato la playlist per l'auto. S'intitola "macchina". L'ho fatto per evitare di passar la metà del mio tempo a cambiare canzoni. E sblocca il cellulare. E vai alla raccolta musica. E aspetta si raddrizzi l'immagine. E cerca la canzone che vuoi. Play. Blocca il cellulare. Rimettilo al suo posto. E intanto la sigaretta si spegne. E sei entrata in rotatoria. E vaffanculo. Bene, ho creato la playlist e ho passato ancora la metà del mio tempo a mandare avanti il lettore musicale. Che poi le canzoni son sempre le stesse. Son poche. E quasi nessuna è quella giusta per certi momenti. Devo ricordarmi di comprare i chewingum ocomediavolosiscrive. Li ho finiti. Così ora guido, ascolto la musica, fumo, mi guardo attorno alla ricerca di belle presenze nelle auto accanto e mastico come una mucca. Gnam gnam.
Detesto la gente che mangia le patatine o i pop corn con la foga di un bambino denutrito del quarto mondo. Io le prendo una ad una. E non le mangio tutte in una volta. No. Pezzettino per pezzetino. Posso metterci cinque minuti ad ingerire una cazzo di patatina. Il tempo in cui codeste persone hanno beatamente finito il piattino degli stuzzichini. Digerito. Fumato una sigaretta. Ingordi. Sono anni che non mangio più di un terzo di pizza. Vai in pizzeria con il tuo uomo e ti trovi l'ex. Quello della palestra. Quello albanese. Quello delle scopate nella Jacuzzi. Dei preliminari nella sauna. Quello con Gesù Cristo o chi per lui tatuato sul braccio. Un bel ragazzo. Nulla da dire. Ti ricordi di me? No. Sono quello della palestra. Ah, sì, infatti mi ricordavi qualcuno. Ma non capivo chi. Come stai e bla bla bla. Porcodio, voglio una pizza, non colloquiare con un uomo. Inizio a mangiare, con la lentezza che mi contraddistingue. Passa una volta. La seconda. La terza. Finisco il primo ed ultimo pezzettino e chiedo un cartone da asporto per poterla portare a casa. Oh, ma hai ancora problemi con il cibo? No, sono solo una grassona con lo stomaco di un fringuello. Ma urlalo pure. Nessuno ti sente. Ci son solo 60 persone in sala. E poi odio il silenzio mentre si mangia. Odio sentire il rumore del cibo che viene sbattuto da una parte all'altra della bocca. E' un suono insopportabile. Mi rende nevrotica. Cibo decomposto. Ridotto a poltiglia. E poi mi chiedo il perchè della mia misantropia. Chissà.

 
05 Ottobre 2011

Devo comprare un rullino . 200 ISO. Credo.

Capita sempre così quano decido che forse è il caso di conoscere qualcuno. Di conoscere qualcuno senza usarlo come strumento di tortura. Capita che scelgo qualcuno un pò come me. Un pò perennemente triste, un pò perennemente problematico. Un pò troppo poco affezionato alla vita. Capita che mi annullo in funzione di questa persona, mi vesto da crocerossina, mi propongo di aiutarlo. Di vederlo sorridere. E puntualmente, avviene il sorpasso. Puntualmente, io resto indietro. Puntualmente mi accorgo che quello che era nei miei intenti è avvenuto, che ormai non c'è più bisogno di me. Perchè è normale, ognuno corre incontro a ciò che è meglio per sè. E una persona problematica non può che intralciare la corsa alla felicità. Ti tiene ancorato al passato. Rimango ferma, come il poeta descritto da Verga nel Ciclo dei Vinti, e mi guardo attorno. Vedo il progresso. Guardo me, vedo la sconfitta, uno scoglio che non regge più il peso della sabbia e dell'acqua sopra di sè. Forte della sua massa ma vuoto. Freddo. Senza senso. Decido mi mollare. O almeno di accantonare questa ossessiva ricerca di qualcuno. Forse ho sempre sbagliato i presupposti, forse ho sempre sbagliato le persone. Non sono brava nelle relazioni. Mi riempiono di speranza e poi mi affondano. Sempre più giù.
Speriavo di aver chiuso con l'istigatore di menti malate. Mi aveva detto "Chiama a settembre, per un appuntamento". Settembre è trascorso, senza una mia chiamata. Pensavo di averla scampata e no, porcaputtana: "Il Dr. vorrebbe rivederla". Due date. Fanculo, prima è, meglio è. Ci vado. Camminando cerco di trovare una scusa valida per concludere questa nenia infinita. Questo percorso inconcludente. Mi siedo, dico che va tutto bene. Non sono mai stata così felice; non vomito più. Non mi taglio più. Mi sento una persona nuova, affermata, indipendente. Nulla di nuovo, solo una continuazione di tutte le stronzate raccontate in un anno e mezzo di terapia. Devo essere veramente brava, a raccontarle. Ma ora, cosa mi rimane?.

 
03 Ottobre 2011

Mi ritrovo.

Cosa mi rimane? Quell'unico rapporto che nell'ultimo periodo mi rendeva serena è giunto al termine. Mi ritrovo senza un lavoro e senza studio. Senza una valida scusa per uscire da questa casa e avere a che fare con qualcuno. Mi ritrovo a dover mandar giù anche questo boccone, pesante, più di ogni altro. Mi ritrovo a piangere davanti un computer, come se risolvesse le cose, come se mi potesse far star meglio.

 
02 Ottobre 2011

Il paradosso del nostro tempo nella storia.

Il paradosso del nostro tempo nella storia
e che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità più basse,
autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti.

Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno.
Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo.
Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso, più conoscenza, ma meno giudizio,
più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere.

Beviamo troppo, fumiamo troppo,
spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco,
guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo,
facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi,
vediamo troppa TV, e preghiamo di rado.

Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere, ma non come vivere.
Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni.
Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo
ad attraversare il pianerottolo per incontrare un nuovo vicino di casa.

Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno.
Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori.
Abbiamo pulito l'aria, ma inquinato l'anima.
Abbiamo dominato l'atomo, ma non i pregiudizi.
Scriviamo di più, ma impariamo meno.
Pianifichiamo di più, ma realizziamo meno.
Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni,
per produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno.

Questi sono i tempi del fast food e della digestione lenta,
grandi uomini e piccoli caratteri,
ricchi profitti e povere relazioni.
Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi,
case più belle ma famiglie distrutte.

Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta,
della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso,
e delle pillole che possono farti fare di tutto, dal rallegrarti, al calmarti, all'ucciderti.

È un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
Un tempo in cui la tecnologia può farti arrivare questa lettera,
e in cui puoi scegliere di condividere queste considerazioni con altri, o di cancellarle.


[George Carlin]

 
01 Ottobre 2011

En chemin faisant.

E' tornata. Ho voglia di piangere e di urlare. Di prendere le pastiglie che ho accumulato nel secondo cassetto e di mandarle giù. E' tornato il momento in cui avrei bisogno che qualcuno capisse. Il mio corpo è teso, tanto da provocarmi dolore. Sulle mani tanta forza da potermi incidere i polsi in una volta sola. Un filo che mi lega alla vita. Cerco di darmi tempo. Ci provo. E' inutile. Voglio solo morire.
Porco dio, qualcuno mi ammazzi, lo faccia per me.

 
30 Settembre 2011

Salvataggio automatico tre minuti fa.

SuicideSolution.

Ancora una volta. 

 
29 Settembre 2011

One of these days these boots are gonna walk all over you.

Avvolta nell'asciugamano lilla, comprato all'Ikea, in tinta con i nuovi armadietti per il bagno, comprati all'Ikea. Lilla, comprati all'Ikea. Ikea. Che diamine. Non sapevo quale fosse la politica dell'Ikea. Vado al secondo piano pensando sarebbe stato meglio iniziare dall'alto. Mobili. Ceste delle offerte e delle puttanate a basso prezzo. Cessi. Ceste delle offerte e delle puttanate a basso prezzo. Letti. Ceste delle offerte e delle puttanate a basso prezzo. Alla ricerca delle ceste delle offerte e delle puttanate a basso prezzo tra gente viscida, ammucchiata come in un formicaio. Famigliole felici, coppiette part-time, puzza d'umanità. E poi cosa scopro? Che al primo piano ci sono solo quelle offerte e quelle puttanate a basso prezzo. Lì, davanti a me, disintossicate dal fetore della gente, pronte per arrapare pure una tirchia poveraccia come me. Che poi non è una questione di essere tirchi, è questione di non averceli, i soldi in tasca. E di averceli, ma di spenderli tutti in tabacco.
E poi, chisenefrega, ci sono andata due domeniche fa. Mi sento ancora contaminata, circondata da lurida gente che parla di Dio, etica e morale. Siamo i discepoli del Gesù Cristo, noi siamo gente buona. Gente per bene. Chissà, si svegliano con l'erezione mattutina e che fanno? Prendono un crocefisso, aglio e acqua santa urlando "Esci da questo corpo, Satana!". E che Satana sia con noi, stolti senza coscienza. Oddiomisentotropposatanista. Non lo sono. Ma tra i due mali, sarebbe senza alcun dubbio il meno peggio. Comunque sia, dicevo. Booorn to bi uaild. Ecco. Oggi accanto a noi, seduti al parco, c'era un seminarista e una lei che lo ascoltava annuendo. Se la voleva portare a letto per volontà di Dio. Ecco. Non centra un cazzo. Ma io sono logorroica e inizio discorsi senza portarli a termine. Questa notte ho riscoperto il piacere di una lama della coscia. Della carne aperta che funge da letto per un fiume color porpora. Un bisturi usato, e ormai vecchio. Me ne devo procurare uno, in qualche modo. Ho iniziato a digiunare da due giorni e mezzo. Devo prendere il ritmo ma non è difficile. Terribilmente gratificante. Ma tranquilli, novanta chili di donna, non si demoliscono in fretta. E ora chiudo questa pagina insensata, priva di qualunque contenuto e di qualunque senso logico. Ma oggi ho pianto, in quella stazione, tra gli sguardi dei passanti. Oggi ho pianto perchè ho visto un treno correre via veloce portano con sè due giorni di utopica serenità. Una persona simile a me esiste, sembra strano, forse preoccupante, ma esiste.

 
16 Settembre 2011

Appena scesa alla stazione del paesino di S.Ilario tutti s'accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario.

Domani colazione in centro. In stazione. E'già un passo avanti. Fare colazione ed andare in centro per farla. Jeans, maglietta nera con maniche a tre quarti e la mia prima borsa da persona seria. Un succo d'ananas, sperando non scombussoli la mia digestione e una brioches con la marmellata. Sì, domani mattina sarò una persona seria. Una persona seria con la sigaretta in mano e le cuffie nelle orecchie. In tram. In piedi. A testa alta. Poi me ne tornerò a casa, e intanto saranno già passate due ore e forse più. Ma forse mi siederò al binario uno. Sul marmo, accanto alle finestre che danno sul bagno. Forse qualcuno mi chiederà d'accendere. O una sigaretta. Forse me ne rimarrò lì un'ora, o una giornata intera. Fisserò la gente che viene e che va. E mi sentirò meno sola, senza creare legami. Le stazioni sono i miei luoghi preferiti, dopo treni e metropolitane. E'bello rimanere immobili in mezzo ai corridoi di una stazione, tra la frenesia del mondo che vive. E'bello guardare chi ti passa accanto. Il suo sguardo. I suoi vestiti. La sua camminata. Capire come si sente, sentirsi simili. Empatia. Luogo di scambi, d'inconti. Sì, credo proprio lo farò. E passerò inosseravata, del resto sarò una persona seria senza i miei vestiti strappati e scoloriti dal tempo. Oggi son riuscita ad usare i soldi, per qualcosa di diverso dal tabacco. Oggi sono stata tra i miei pensieri.

 
14 Settembre 2011

General, il modo intelligente di lavare.

Apri la mail sperando di trovare una risposta all'inserzione lavorativa che hai addocchiato.
Ce n'è una.




Porca troia. Sono gli auguri della Vodafone.

 
13 Settembre 2011

Vuoi che io rimanga nel tuo letto per poi sbattermi su e giù.

Domani sarà il mio giorno X.
18+1 anni. Ho una certa antipatia verso i numeri dispari. Anche l'uno lo è. Ma lui è solo, quindi lo compatisco.
Detto ciò, non me ne frega chiaramente una minchia, del mio giorno X. Porca puttana, è l'anniversario di atroci sofferenze. Uscire da una vagina dilatata non è piacevole. Da una condizione di pace viscerale, alla voce di merda dell'ostetrica, che ti passa all'infermiera, ti caccia dentro a un pezzo di stoffa, poi dentro l'acqua e poi. Tetta. Una cosa piacevole, grazie al cielo. Tette. Tette. Merda. Ti sollevano per i piedi come fossi un coniglio, ti impacchettano con un panno imbottito, che conterrà i peggiori odori. Che si spiaccicano. E le fotografie. E l'entusiasmo di tua madre che ti pulisce il culo, sporco di merda. L'agonia dei denti da latte, tanta fatica e dolore per poi perderli.
Festeggiamo.

Questa notte mi son svegliata, sono andata a procreare tossine per poi tirare lo sciacquone. Dopo 15 minuti mi sono resa conto di avere in bocca qualcosa, un tantino più grande del piattello del piercing. E no, non era un pene.  Ebbene, ho tentato di ingerire il plug da 10 mm (dilatatore, per i comuni mortali) nel sonno. O non mi spiegherei come un pezzo di vetro possa finire dall'orecchio, alla bocca. Sarebbero stati 30 euro buttati nel cesso. Non in senso figurato.

Con cui scopare, parlare e mangiare e poi di nuovo farsi far l'amore.

Dovevi fare Lettere. Tu hai una cultura umanistica. Dovevi far Lettere. Lettere. Lettere. Te l'ho sempre detto tu sei portata per questo. Lettere. Ma chi vuoi prendere in giro, proprio tu che mi hai tolto un voto, mettendomi alla pari di persone che sfiorano l'analfabetismo perchè: "Io non voglio creare aspettative su di te". Prima prova: 14/15. "Dovevi fare collegamenti con il latino". Ma se ti parlo del cibo come merce, con cosa lo dovrei collegare? Con il suicidio stoico di Seneca e Petronio?[L'uno si tagliò le vene e se le fece chiudere e riaprire in modo da consentirgli di proseguire il suo discorso, l'altro, essendo vecchio, e la pressione del suo sangue evidentemente troppo pigra, se le tagliò un pò ovunque]. Ma no, diciamocela tutta. Te l'ho messa in culo. Ma questo è un altro discorso. Il fatto che io sappia scrivere non significa che io ami la Letteratura. E poi per far cosa? Insegnare a quattro marmocchi esagitati e psicotici? Non fa per me. Stream of consciouness, è questo il mio modo di scrivere, non certo adatto ad una testata giornalistica, suvvia. E poi amo terribilmente i punti, al massimo potrei entrare a far parte di un'avanguardia futurista. Punti. Punti. Punti. Altro che letteratura. Il mio sogno è senza alcun dubbio la medicina legale. Cosa accantonata in favore dell'infermieristica. Tentativo fallito, ritenta e sarai più fortunata. Occhei, lo ammetto. Non so quanto alto è il Monte Bianco. E nemmeno quale sia il fiume con la maggior portata. Chiedo venia. 29 miseri punti, su 1070 iscritti, posizionata quasi all'esatta metà. E mi consolo: alla 1070ma posizione il punteggio era: -3,75. "Passi il non essere ammessa, ma la figura di merda proprio no". Pericolo scampato. Bene. Mi sento ignorante. Non lo sono. Però mi sento così. QI (non ci metto il punto, è esteticamente osceno) sotto i piedi. E dentro le mutande. Brasiliane, per l'esattezza. E' la prima volta nella mia vita che metto in dubbio il mio livello culturale, senza ragione, forse. Però insomma. Fanculo. Non ci sto. Me lo meritavo, ecco. Chissà che gli prenda un colpo a tutti. Chissà che svengano alla visione del sangue e che vengano investiti da un letto mobile. Che si impiantino un ago canula su per il culo. Che gli si infili un bisturi nelle mutande e un punch su per la narice. Chissà che venga fatta piazza pulita perchè l'anno prossimo, il posto me lo prendo.
Per il momento spero di trovare qualche cesso da lavare, devo comprarmi il tabacco.


E la somma dei numeri naturali compresi tra 1 e 100 è pari a 5050.
Sappiatelo. O non sarete mai persone colte.

 
12 Settembre 2011

Dimmi quando quando quando.

Di notte il tempo non dovrebbe passare mai. Non soffro d'insonnia; solo a periodi alterni. Dormire mi piace ma lo trovo inutile. Tempo sprecato. Così ormai ci ho fatto l'abitudine a vivere tanto di notte, quanto di giorno. Nella notte si ha l'impressione che il tempo faccia fatica a scorrere, che anch'esso sia in un moto rettilineo, continuo, perpetuo. Ma lento. Rilassante. Come il mare piatto in una mattinata primaverile. Ti immergi e ne cogli ogni ogni respiro, ogni sussurro. La notte è il momento in cui i deboli si sentono forti, in cui non c'è la necessità di combattere perchè ora, spazio ce ne è per tutti. Anche la noia di notte può essere piacevole. Come il silenzio e il fumo di una sigaretta che ne buio se ne va.


 
10 Settembre 2011

Tabacco naturale senza additivi.

Tirare craniate contro lo specchio senza alcun motivo.



Ricoveratemi.

 
08 Settembre 2011

Lollipop, da da da.

Inviare sms minatori a persone che non senti da più di qualche mese mandandole amorevolmente in culo è la mia specialità.

Eppure, per tutto c'è una ragione.
Uomini, vi pesterei a sangue.

 
07 Settembre 2011

Addio Bocca di Rosa con te se ne parte la primavera.

"The Golden Age", canzone di non so quale pubblicità, la sto ascoltando ora, seppur mi stia letteralmente sulle scatole la vocina tartassante di questa biondona, cosa che le meningi ti supplicano di dar fine a questo bombardamento di assonanze musicali. La dissonanza sta nella voce stessa, sia chiaro. L'ascolterò ancora e ancora, e prima o poi ci farò il callo, mi piacerà. Alla fine ci sto costuendo un mondo carino dietro a questa melodia, un mondo colorato e morbido. Molto LOLLIPOP. Forse è la mancanza di nicotina che mi rende così "iuppi-doo", capretta saltellante al fianco di Heidi. Questa sera le sigarette mi stimolano eccessivamente la diuresi, nonsosemipotetecapire. Dunque, la caprettina saltellante al fianco di Heidi, questa sera, spaccherebbe il muso a parecchie persone, o forse se ne starebbe nel suo angolino nel bel mezzo di una crisi depressiva di quelle che ti vengono 2/3 volte al mese, dato che i restanti giorni son quelli necessari per riprendersi dal trauma sebbene il sottofondo depressivo sia una presenza più lieve, ma costante. Come l'eroina. Sempre che non si amino le crisi d'astinenza, chiaro. E giù con le stronzate. Grazie al cielo non son mai andata fuori tema, almeno in campo scolastico; se la cosa fosse stata così credo non ne sarei uscita. Tragico, veramente. Parecchio nostalgica, questa sera. Mi è capitato di risentire una persona, quella che mi aveva ospitato, quando mi hanno buttato fuori casa. Metto in luce il fatto che si sia praticamente volatilizzato e mi sento rispondere: "pace interiore"; e se i conti tornano questo significa, in parole povere: "Ehi, io sto bene, perchè mai dovrei farmi sentire?". Cazzo, abuso di punteggiatura. Brutto segno. Mah sì, ammettiamolo, la figa fa comodo, non si tratta di altruismo o buon cuore. Avessi avuto l'uccello non mi avresti tenuta un giorno, dentro casa tua. Hai la pancia troppo grande e l'uccello troppo piccolo e no, non è colpa dell'Oki se non ti si alza. Vogliamo parlare di quante mutande ti sei cambiato senza un valido motivo? Precoce, giusto un tantino. E il tuo cesso era sporco. C'era la merda del tuo gatto, spalmata per terra. Sporco, analfabeta e falso. Peggio della diarrea. Brutto da far schifo. Comunque sia, l'ennesima persona che se è entra nella mia vita per andarsene, poco dopo. L'ennesima, o per entrare più nello specifico, l'ultima tra tutte.
Pazienza, ci ho fatto il callo.

 
04 Settembre 2011

Qwerty

Ho provato a leggere a ritroso questo blog.

Ho smesso, per l'incolumità delle mie vene.

 
02 Settembre 2011

E' per te ogni cosa che c'è.

Cera bollente e la tela si colora di un rosso intenso. Una sigaretta accesa e poi spenta sulla carne, un cratere bianco, macchiato di cenere. Nessuna smorfia, nessun accenno di dolore. S'è fatta dura, la tua pelle. Ogni scontro con la vita l'ha fortificata un pò di più. Eppure è strano non ricordare più la sofferenza nel dolore, restare impassibili allo scorrere dell'acciaio che rompe la carne e diventa letto, culla per un nuovo fiume. Rosso sangue. Lo schioccare di una fibia non è che un suono freddo, dissonante, netto. Il dolore si trasfigura in una nuova vita, in una nuova forma.

Niente più fotografie. In fin dei conti, non ne sono mai stata capace.

 
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